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2° puntata
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5° puntata
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7° puntata
8° puntata
9° puntata
analisi 1° puntata
(in ordine sparso)
NARRATIVA DI GENERE
(sottoposta a strettissima selezione)
Sir A. Conan Doyle: il canone holmesiano
Joe R. Lansdale: Mucho mojo
Valerio Evangelisti: Il castello di Eymerich
Terry Pratchett: Guards! Guards!
Patricia Cornwell: Il cimitero dei senza nome
Ian Rankin: A question of blood
Elmore Leonard: Get shorty
JK Rowling: Harry Potter
Edward Bunker: Come una bestia feroce
Douglas Preston e Lincoln Child: The cabinet of couriosities
Arturo Pérez-Reverte: El maestro de esgrima
Mickey Spillane: L'uomo che uccide
Dave Courtney: Fermate il mondo (bio)
Richard Stark: Da Parker con furore
Isaac Asimov: Il club dei vedovi neri
Isaac Asimov: I, robot
Andrew Vachss: Down in the zero
James Ellroy: White Jazz
Richard Matheson: Io sono leggenda
Philip K. Dick: Confessioni di un artista di merda
Dorothy L. Sayers: Per morte innaturale
Chelsea Quinn Yarbro: Hotel Transilvania
Will Crhristopher Baer: Baciami, Giuda
SAGGI
Alice Vachss: Vittime sacrificali
MIcheal Moore: Stupid white men
Umberto Eco: Lector in fabula
Valerio Evangelisti: Sotto gli occhi di tutti
Marc Augé: Il senso degli altri
Oliver Sacks: L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello
Giordano Fossi: Miti, religione e psicoanalisi
COMICS
Abuli, Bernet: Torpedo
Garth Ennis, Steve Dillon: Preacher
AA.VV.: Hellblazer
Neil Gaiman: The Sandman
Joan Sfarr: Professor Bell
Frank Miller: Sin City
Alan Moore: The league of extraordinary gentlemen
Alan Moore: Top 10
TV SERIES
Millenium
X-files
Dr House
ER
Six feet under
Queer as folk (uk)
NYPD
MOVIES
Stanley Kubrick: 2001 - Odissea nello spazio
Stanley Kubrick: Arancia Meccanica
MIchelangelo Antonioni: Blow-up
Abel Ferrara: The funeral
David Fincher: Seven
David Fincher: Fight club
Barry Levinson: Sleepers
Terry Gilliam: Brazil
Terry Gilliam: L'esercito delle 12 scimmie
Monty Pithon: Il senso della vita
Kevin Smith: Clerks
Jean-Pierre Jeunet: Delicatessen
Quentin Tarantino: Le iene
Quentin Tarantino: Pulp Fiction
Oliver Stone: Natural born killer
Nicole Kassel: The woodsman
Pedro Almodovar: Tutto su mia madre
Frank Capra: Angeli con la pistola
Lars Von Trier: Idioti
Emir Kusturica: Underground
Thomas Vinterberg: Festen
Ho letto da poco un articolo nel quale si presentava un nuovo autore, Jeronimo Tristante. Perché ci parli di un autore del quale non hai mai letto nulla, direte voi, del quale non puoi giudicare i meriti intrinseci, l’ingegno o lo stile?
Proprio per questo, è la risposta. Jeronimo Tristante e le sue affermazioni sono quel che mi serve per argomentare sulla figura di eroe ed antieroe, senza correre il rischio di farmi influenzare da antipatie o simpatie personali per l’autore o per il personaggio.
Jeronimo Tristante è un professore di biologia in una scuola superiore, un educatore di professione, quindi, e un giallista. Non pago di insegnare tra i banchi, desidera continuare la sua opera educativa anche sulle pagine dei suoi libri.
Del suo personaggio, Victor Ros, so solo quello che c’è scritto nell’articolo: si muove in una Madrid di fine ottocento, adotta il metodo deduttivo holmesiano (ma nella finzione narrativa è un suo precursore), è un ex delinquentello di strada che ha saputo riscattarsi ed è diventato un brillante funzionario pubblico, e riuscirà anche ad accasarsi con una nobile.
Secondo Tristante Ros può essere un modello pedagogico per i suoi lettori (immagino che il suo target sia adolescenziale). Sostiene: “I giovani hanno bisogno di modelli positivi, per questo io non approvo gli antieroi di tanta letteratura contemporanea.” E aggiunge: “I miei allievi considerano Maradona il più grande dei campioni, perché è quello che ha fatto più soldi, non tengono conto di come si è rovinato la vita. Nel mio libro cerco di indicare una via più lenta e faticosa ma basata su valori solidi, e soprattutto un’esistenza più lunga, per far capire loro che quella troppo facile è spesso anche molto breve.”
Ok, ammettiamo che un piccolo bias nei confronti di un tizio tanto palloso e benintenzionato possa anche averlo.
Ma la discussione è più ampia e si ricollega a una vecchia conversazione con Federico Memola (spulciando potete ritrovarla sul blog di Emo e su Comicus, ma non chiedetemi dove) e all’articolo, molto più recente (e decisamente stimolante) di Francesca Faruolo sul blog di Andrea Plazzi.
Francesca si poneva interessanti domande sulla responsabilità ideologica dell’autore sulle proprie opere, discorso che rientra in quello più ampio affrontato da Will Eisner in Fagin l’ebreo, recentemente pubblicato. In pratica la questione sollevata da Eisner nel libro è: si può considerare un autore responsabile del perpetrarsi di uno stereotipo culturale negativo (nell’esempio specifico, in Dickens, dell’ebreo Fagin di David Copperfield) anche al di là delle sue intenzioni? Per la risposta vi rimando a Eisner in primis e all’articolo di Francesca in seconda battuta.
Quello che il pedagogico Tristante sembra intendere invece è: non solo l’autore è responsabile, ma deve anche in qualche misura sentirsi chiamato a sponsorizzare valori positivi e “solidi”.
La posizione di Memola è di natura più estetica (e l’unica accettabile a mio avviso), ovvero che semplicemente gli eroi negativi non gli piacciono e scrivere di loro non gli dà gioia.
I punti su cui vorrei soffermarmi, comunque, sono altri: davvero i giovani hanno bisogno di modelli positivi? Ed è davvero compito ineludibile degli scrittori, o dei produttori di cultura in genere, fornirli?
Alla prima domanda, benché come psicologa perennemente a contatto con giovani tossicodipendenti la mia risposta non sarà certo credibile quanto quella di un professore di biologia, oppongo un’ipotesi: non potrebbe essere che ci siano alcuni giovani molto pronti a recepire il famoso modello positivo, mentre altri non lo sono? Aldilà dell’individualità, intendo, non è possibile che i giovani poco a rischio siano quelli che sono pronti ad ammirare un ex teppista, mentre quelli a rischio si chiedono semplicemente perché lo sfigato ha mollato il colpo passando dalla parte “dei cattivi”?
E a questo aggiungo: perché nelle campagne contro le droghe usano sempre come testimonial Dylan Dog e non Tex? Forse sono idioti gli ideatori delle campagne.
O forse, l’idiota è quello che crede di poter fabbricare un eroe positivo, un bravo e buono arrampicatore sociale che sta alle regole, in cui si possano magicamente rispecchiare i giovani “difficili” e senza speranze (o forse senza “ideali”? – sarebbe interessante appurare l’opinione di Tristante al riguardo)?
In ogni caso sicuramente Tristante non ha mai visto giocare Maradona, altrimenti avrebbe notato quello che non sfugge neanche a una come me, che non sa neanche quanti giocatori ci sono in campo: che quando Maradona gioca lo guardi con il fiato sospeso, anche se è una partita registrata male di vent’anni fa.
Ma tornando al discorso e forse banalizzando: non sarà che far piacere Santa Maria Goretti ad una ciellina sarà leggermente più semplice che farla piacere a Amy Winehouse?
Obbiettivamente non è questa la domanda che mi preoccupa davvero.
Quello che mi preoccupa è: è davvero compito degli scrittori o dei produttori di cultura in genere fornire modelli?
Io ritengo di no.
Vorrei essere chiara: non si tratta di pararsi tardivamente il culo perché un mio personaggio è un depresso che spinge gli altri al suicidio. L’ultima cosa che ho scritto ha un protagonista molto più negativo, se vi può essere di conforto, segno che non mi sto convertendo alla pedagogia.
Ma vedete, è più forte di me. Come fare se:
- non credi che i modelli servano a qualcosa
- non credi che i tuoi lettori siano dei mentecatti suggestionabili e che quelli che lo sono siano, appunto, mentecatti suggestionabili
- pensi che per un autore porsi dei limiti morali sia come per una pornostar cucirsi la figa
- credi nella libertà espressiva, indipendentemente dal contenuto e
- credi nell’estetica come unica forma di morale letteraria accettabile?
Ora forse me la sono presa troppo con Tristante. Magari si è solo lasciato sfuggire quella frase infelice sui “solidi valori” in un momento di confusione (ma allora perché ho già la sensazione che il suo personaggio sia anche un liberal?), forse si era appena svegliato, aveva bevuto, il giornalista ha frainteso.
Forse mi disturba solo l’idea che, ok, abbiamo capito che quelli che vedono Nightmare non andranno in giro ad affettare la gente, quelli che vedono Will&Grace non diventeranno gay e quelli che vedono 300 non diventeranno spartani, ma che in giro c’è qualcuno che pensa che se uno è diventato un medico di Emergency è perché ha visto ER e se non sfotte i ritardati è perché ha interiorizzato il messaggio di Forrest Gump e che tutte le brave persone da piccole hanno letto Superman (e mai Batman).
Che se solo mettessero più satellitari nelle favelas e passassero Amelie (non Notomb, è chiaro, ma Paulene) giorno e notte quei disgraziati non vorrebbero più fare solo i calciatori miliardari o i narcos.
Che là fuori c’è un esercito di persone pronte ad abbracciare la vocazione, dategli solo un po’ di Don Matteo.
Come se là fuori ci fosse qualcosa di diverso dalle persone che compongono il mondo in cui viviamo.
E infiniti campi di fragole.

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